Carissime,

Anche questa volta il Signore ha voluto distogliere il mio sguardo dalle cose terrene per ricordarmi che siamo semplice polvere da Lui plasmata e animata, e che le sorti di ognuna di noi sono saldamente tenute nelle sue mani, ha voluto ricordarmi che se certamente tutto ha un suo tempo, i nostri calcoli non corrispondono a quelli del Signore e che nonostante tutto: ”Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine.” (Eccl.3, 11), questo versetto mi sembra che si addica proprio bene alla figura di questa nostra Consorella.

Suor Debora Ocon, al secolo Marcelina, era nata il 9 gennaio del 1958, ed è entrata in comunità all’età di vent’anni, due mesi prima della sorella, Suor Nerina. Nel 1981 ha emesso la prima professione nelle mani della nostra Amatissima Madre Elisa, e la professione perpetua nel 1986 nelle mani di Madre Teresa. La sua vita l’ha trascorsa tra le comunità Spagna e dell’Italia, fino a quando la malattia l’ha riportata nelle Filippine a Manila, dove ha ritrovato la sorella, anche lei malata e sofferente e dove è rimasta fino a quando il Signore l’ha ritenuta degna di entrare nel suo regno di luce e di pace. Ho detto qualche riga sopra che è entrata in comunità due mesi prima della sorella, Suor Nerina, il Signore le ha chiamate nella sua vigna per servirlo, e tutte e due hanno risposto “sì”, un si carico di gioia ma anche di una sofferenza che nemmeno loro sapevo di dover incontrare ma che hanno accettato e portato avanti con serenità, perché sia Suor Debora come Suor Nerina soffrivano di una malattia genetica rara, l’atrofia cerebrale, che le ha portate piano piano a dover dipendere completamente dagli altri.

Anche questa volta una domanda sorge nel mio cuore e nella mia mente, Come viviamo la morte noi? Direi molto bene, diciamo ad ogni santa messa che “i nostri fratelli defunti si sono addormentati nella speranza della risurrezione e si affidano alla tua clemenza”, o che potranno “godere la luce del tuo volto”. Meglio di così! Eppure poi la paura di morire ci inquieta: getta alcuni nella disperazione, illude altri con la scaramanzia, ci si sente soli, impotenti o dubbiosi.

Vorrei che ci lasciassimo provocare dall’evangelista Giovanni su questo argomento. Immaginatevi la scena, siamo a Betania Lazzaro, amico di Gesù, é morto dopo una malattia. Gesù si prende per tre volte un discreto “rimprovero!”. Troviamo Marta e Maria, una più pratica e concreta, l’altra più spirituale e contemplativa. Entrambe però rinfacciano a Gesù la stessa cosa: se tu fossi stato qui (se ci amassi come dici, se servisse a qualcosa essere cristiani..). Ma anche i Giudei sbuffano “lui che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva..” (se fossi davvero onnipotente..), come anche “Guarda come lo amava” (consolante.. ma si.. morire bisogna, il Signor ti vuol bene, passerà, si deve andare avanti”!) Dall’altra parte c’è Gesù: per tre volte Giovanni sottolinea che si commosse profondamente, quanto fosse turbato, e che scoppiò in pianto. Sembra anche lui rassegnato e impotente. In una parola.. umano. Eppure poi sembra prendere per mano Marta e aiutarla, noi con lei se lo vogliamo, a comprendere il significato di tutta questa vicenda. Lui che aveva detto che quella morte sarebbe stata per la gloria di Dio!

Marta sa la lezione a memoria: infatti dice “so che risusciterà nell’ultimo giorno”. Anche noi con la testa sappiamo, lo ripetiamo automaticamente, “credo la risurrezione della carne, la vita eterna.. aspetto la risurrezione dei morti, la vita del mondo che verrà”.. “il Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale..”   Amen.. ? Ma davvero? O come una filastrocca?
Gesù la accompagna a fare un passaggio: da quello che sa con la testa a ciò che crede e vive col cuore. E non é un argomento, ma una persona: Io sono la risurrezione e la vita, la incalza Gesù; chi crede in me anche se muore vivrà, insiste.
Solo se vivo il mio rapporto con Lui, anche se muoio continuerò a vivere. La morte non sarà cioè la soluzione definitiva, il sipario implacabile che scende a spegnere la vita, il buio vuoto in cui scivolare.  E’ un messaggio bellissimo; un invito. La morte esiste, é un passaggio naturale, anche Gesù piange e soffre di fronte ad essa.  Non la sopprime ma attraversandola ci salva con la risurrezione. Offre la speranza che quella non sia un salto nel nulla ma la porta ad una dimensione ulteriore in cui continuare a vivere. Ci aspetta oltre quella porta per accoglierci a casa, in compagnia del Padre. Scrive: Siamo nati e non moriremo mai più! Ecco come noi siamo chiamati a credere e sperare. Il battesimo ci ha affidato una vocazione. Dio ci chiama alla vita per vivere felici con Lui. Prima qui sulla terra, poi finalmente da vicino, lassù in cielo in sua compagnia.  La vocazione di ciascuno di noi é partecipare al suo amore. La morte é solo un passaggio, la porta verso casa dove il Padre ci accoglierà. Qui in terra lo crediamo presente, viviamo la sua forza nei sacramenti, lo sentiamo vicino nella preghiera; ma sarà solo incontrandoci finalmente con Lui in paradiso che vivremo per sempre nel suo amore definitivo e infinito. Siamo nati per quello. La morte fa parte del ciclo naturale della vita. Ma non ci farà sparire, ne dimenticare. Il bruco quando muore non sa che diventerà farfalla. In questa prospettiva la nostra vita é la risposta che ciascuno dà alla chiamata di Dio, la vocazione. Questo non significa che pensare alla morte non ci debba inquietare o far soffrire. Giovanni mostra bene quanto Gesù soffrisse per Lazzaro, è la nostra umanità. Ma quel credere che chiunque vive e crede in me non morirà in eterno é realtà. Ecco cosa possiamo credere e sperare.

E mi piace pensare che sia anche quello che ha creduto e sperato Suor Debora fino alla fine, cosciente del fatto che quel Signore che l’aveva chiamata e le aveva concesso la grazia di servirlo con gioia e umiltà e a cui lei ha sempre risposto di “sì” anche nel momento della malattia, le avrebbe dato la vita eterna perché ”Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine.” (Eccl.3, 11)

Il Signore aumenti in noi la confidenza con la vita eterna e la risurrezione; ci doni di sentire che davvero siamo nati e non moriremo mai più, che siamo attesi nella grande casa dell’amore di Dio. Egli asciugherà ogni lacrima. Colmerà ogni nostro atto d’amore. Darà senso e compimento a quanto già stiamo costruendo qui, e ora, nel suo nome. E certa che le nostre amatissime Madri e il nostro Eminentissimo Padre e tutte le consorelle che sono lassù ci aiuteranno in questo cammino con affetto vi saluto rimanendo unite nella preghiera.