PRESENTAZIONE

Potente è la tua mano, Signore  (Esodo 15, 6)

Siamo di fronte a un versetto del grande canto di lode a Dio  innalzato da Mosè dopo il passaggio del mare e l’uscita dall’Egitto. Il canto celebra la vittoria di Dio sul potere del male e della schiavitù, rappresentato in tutta la sua forza dall’esercito del faraone che viene travolto dalle acque del mare. Siamo giunti perciò all’atto finale dell’azione liberatrice di Dio: l’uscita dall’Egitto. La grande lotta intrapresa da Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù ha il suo culmine in questa azione di forza. Si tratta di una vera e propria azione di forza di Dio, che travolge il potente esercito del faraone. Per due volte nel nostro versetto troviamo il riferimento alla mano di Dio – o meglio alla “destra” di Dio, perché è nella mano destra che si nasconde l’immagine della sua forza –: “Potente e terribile è la tua mano, Signore, la tua destra spezza il nemico” (Es 15, 6). A noi, abituati forse a concepire la salvezza in termini edulcorati, per cui l’amore cristiano è un amalgama di sorrisi e di buone azioni, risulterà piuttosto difficile adattarsi al modo in cui viene descritta la salvezza nel racconto che precede il canto di vittoria del capitolo 15.
Lotta per il bene e la salvezza
La salvezza è innanzitutto lotta contro il potere del male e della morte, che agisce in questo mondo continuamente. L’apostolo Paolo, tenace annunciatore del vangelo, non nasconde questo carattere agonico della fede cristiana, anzi lo esprime più volte nelle sue lettere, esortando ad indossare “l’armatura di Dio” per contrastare il potere del male: “Prendete forza dal Signore, dalla sua grande potenza. Prendete le armi che Dio vi dà, per poter resistere contro le manovre del diavolo. Infatti noi non dobbiamo lottare contro creature umane, ma contro spiriti maligni del mondo invisibile, contro autorità e potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso. Prendete allora le armi che Dio vi dà” (Ef 6, 10-13). Lo stesso Gesù, annunciando il vangelo del regno e guarendo i malati, scatena l’opposizione del maligno, che vede in lui una minaccia per il suo potere. “Che vuoi da noi, Gesù di Nàzaret? Sei forse venuto a rovinarci? Io so chi sei: tu sei mandato da Dio”, grida lo spirito immondo proprio all’inizio del vangelo di Marco (Mc 1, 24). Non per nulla l’attività di Gesù si riassume così alla fine della giornata di Cafarnao: “Viaggiò così per tutta la Galilea predicando nelle sinagoghe e scacciando i demòni” (Mc 1, 39). Che la salvezza si presenti come una lotta è abbastanza evidente dal linguaggio usato come struttura di fondo dell’inno di vittoria, il linguaggio della guerra. La guerra del Signore a favore del suo popolo si presenta come uno schema letterario e teologico dell’intervento salvifico di Dio. In essa viene messo in risalto il fatto che è Dio a salvare e a liberare l’uomo attraverso la sua forza e la sua azione gratuita. Nel nostro inno si dice: “Il Signore è un guerriero: ‘Signore’ è il suo nome!” (Es 15, 3). Il suo agire è più potente della forza dell’esercito del faraone, che tenta di schiacciare la debolezza indifesa di Israele. Non si tratta di un’esaltazione della guerra, quanto piuttosto dell’affermazione del potere di Dio su quello del male e della schiavitù. La salvezza è lotta contro il potere del male e della morte, non è pacifica contemplazione. Il potere del male, per quanto forte possa essere, non può resistere all’intervento del Dio della vita. Per questo il Signore è chiamato in 15, 3 “guerriero”. E la “mano” (o meglio “la destra”) potente esprime la forza di un Dio che non si rassegna al male e all’ingiustizia, ma opera per liberare e salvare. È lui che salva il suo popolo schiavo. È lui che salva il povero dalle mani dei malvagi, che lo schiacciano ingiustamente. Dio non è mai indifferente davanti al male nelle sue diverse manifestazioni. Egli si alza sempre in difesa del povero, come molti testi della Bibbia dichiarano. Così canta il Salmo 146 del Dio creatore: “[…] difende la causa dei perseguitati. Il Signore libera i prigionieri, dà il pane agli affamati; il Signore apre gli occhi ai ciechi, rialza chi è caduto e ama gli onesti. Il Signore protegge lo straniero, difende l’orfano e la vedova e sbarra il cammino agli oppressori. Questo è il tuo Dio, o Sion. Egli è re in ogni tempo; il suo potere rimane per sempre”. Il Signore è re perché realizza la giustizia e la pace. L’affermazione della sua regalità è anche la conclusione del nostro inno: “Il Signore è re in eterno e per sempre!” (Es 15, 18).
Una nuova creazione Quanto avviene con il passaggio del mare è perciò molto più di un semplice attraversamento, che conduce Israele alla libertà dalla schiavitù egiziana. Nel passaggio del mare si compie ciò che la Pasqua celebra e canta: il passaggio dalla morte alla vita. Israele era minacciato da un potere di morte (cfr Es 2), che ha assunto la sua espressione simbolica più evidente proprio in Es 14 nella descrizione dell’esercito del faraone e nell’approssimarsi del mare. Il passaggio avviene durante la notte. Sono le tenebre cosmiche, vinte dalla presenza di Dio nella colonna di fuoco e di nube, che fa camminare Israele verso la luce del mattino. Ci sono dei riferimenti al racconto della creazione: il vento (Es 14, 21), la terra asciutta che appare in mezzo alle acque (Es 14, 22.29). L’acqua è quella delle origini. Israele passando in mezzo alle acque del mare passa a una nuova vita. Il passaggio del mare è una nuova creazione, è la nascita di Israele come popolo. Il canto di vittoria è il riconoscimento di quanto è avvenuto.
Un appello dalla Riforma Nel 2017 abbiamo ricordato i cinquecento anni della Riforma di Lutero. Anche in questa occasione, pur nel dolore della divisione creata nella cristianità dell’occidente, dobbiamo sottolineare l’aspetto positivo della Riforma, che ha costituito un appello continuo ad unirci nel canto di lode a Dio per la salvezza che Egli viene a donarci nel Signore Gesù, re dell’universo. Siamo in un mondo difficile, dove la violenza delle guerre, del terrorismo, della criminalità, la violenza e l’ingiustizia nei confronti dei poveri segnano la vita di tanti. Non si può rimanere indifferenti, come se l’abisso del male non toccasse le nostre comunità. Soprattutto nelle nostre chiese dell’Europa occorre risvegliare la coscienza  della forza del male e mettersi in ascolto del grido dei poveri e anche del grido di dolore della nostra madre terra, violentata e inquinata dagli interessi di pochi. Ricordiamo sempre il richiamo dell’Esodo, che parte dalla coscienza della liberazione avvenuta: “Non sfruttate né opprimete lo straniero, perché voi stessi siete stati stranieri in Egitto. Non maltrattate la vedova o l’orfano. Se infatti li maltrattate, quando invocheranno il mio aiuto, ascolterò il loro grido” (Es 22, 20-23). Facciamoci carico del “grido” dei poveri e percorriamo le strade del nostro mondo indossando “l’armatura di Dio”, come direbbe Paolo. “Preparatevi dunque! Vostra cintura sia la verità, vostra corazza siano le opere giuste e sandali ai vostri piedi sia la prontezza per annunziare il messaggio di pace del Vangelo. Sempre tenete in mano lo scudo della fede con cui potete spegnere le frecce infuocate del Maligno. Prendete anche il vostro elmo, cioè la salvezza, e la spada dello Spirito Santo, cioè la parola di Dio” (Ef 6, 14-17). Sono indicate le uniche armi che possiamo indossare in un mondo che fa dei sentimenti, dei pensieri, delle parole e della “rete” un luogo dove creare divisioni e inimicizie, dove si creano comunità virtuali con poco impegno per costruire quelle reali. Ci chiediamo: qual è il messaggio che viene dalla “Riforma” per intraprendere un nuovo cammino di unità delle nostre comunità davanti alla forza del male e al bisogno di salvezza delle donne e degli uomini del nostro tempo? Nello spaesamento e nelle paure il Signore si rivolge a noi come Mosè si rivolse a Israele inseguito da un forte esercito che rischiava di annientarlo: “Non temete! Abbiate coraggio e vedrete quello che oggi il Signore farà per salvarvi. […] Il Signore stesso combatterà al vostro posto. Voi dovrete stare tranquilli!” (Es 14, 13-14). Parole simili rivolse anche il profeta Isaia al re Acaz impaurito per la minaccia del nemico: “Sta’ attento. Non ti agitare! Non aver paura e non lasciarti intimorire” (Is 7, 4). Il Signore ci chiede di essere di nuovo profeti in questo mondo, indossando l’armatura del vangelo della pace e della giustizia per rispondere al male con il bene, all’odio e all’inimicizia con l’amore. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador ucciso sull’altare per il suo amore per il vangelo e i poveri, diceva che “l’unica violenza permessa al cristiano è quella contro se stesso” (“L’unica violenza che ammette il vangelo è quella che si fa a se stessi […]. La violenza su se stessi è più efficace della violenza sugli altri. È molto facile uccidere, soprattutto quando si hanno armi, però quanto è difficile lasciarsi uccidere per amore”). È la continua testimonianza dei martiri il cui sangue è perciò seme di unità. Seguiamo i punti positivi della “riforma” cominciando da noi stessi perché il vangelo giunga a tutte le creature e cambi il corso della storia. Preghiamo Dio di non avere mai altre simili divisioni e avere il suo amore e la sua pace tra tutti i cristiani.

TESTO BIBLICO

Potente è la tua mano, Signore (Esodo 15,6)

Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo inno in onore del Signore: “Voglio cantare al Signore, ha ottenuto una vittoria strepitosa: cavallo e cavaliere, li ha gettati in mare! Il Signore è mia difesa, mia potenza. Egli mi ha salvato. È lui il mio Dio, lo voglio ringraziare; è il Dio di mio padre, lo voglio esaltare. Il Signore è un guerriero: ‘Signore’ è il suo nome! I carri da guerra e l’esercito egiziano, li ha sommersi nelle acque, i soldati migliori annegarono nel mare. Le onde li ricoprono: sono andati a fondo come pietre. Potente e terribile è la tua mano, Signore, la tua destra spezza il nemico. Sei grande, Signore, distruggi i tuoi avversari; scateni il fuoco della tua ira: li divora come paglia. È bastato un tuo soffio: le acque si sono ammassate, le correnti si sono alzate come un argine, le onde si sono fermate in mezzo al mare. Il nemico si vantava e diceva: ‘Li inseguirò, li raggiungerò, li attaccherò, li sterminerò, ci sarà bottino per tutti; alzerò la spada, mi impadronirò di loro!’. Ma tu hai soffiato su di loro e il mare li ha ricoperti, si sono sprofondati come piombo in acque profonde. Signore, chi è come te fra tutti gli dei? Chi è come te santo e potente? Chi può compiere imprese come le tue? Hai steso la tua mano, e la terra ha inghiottito i tuoi nemici. Hai liberato il tuo popolo! Con la tua bontà lo accompagni, con la tua forza lo guidi alla terra che volevi ti fosse consacrata. I popoli vicini hanno udito e tremavano di paura; lo spavento è piombato sui Filistei. I capi di Edom sono atterriti, i potenti di Moab sono presi da paura, tremano gli abitanti di Canaan. Spavento e terrore s’abbattono su di loro. Scateni la tua forza, restano come pietre senza parola, finché sia passato il tuo popolo, Signore, quel popolo che hai creato. Lo conduci e lo fai stabilire sulla tua montagna, nel luogo che tu, Signore, hai scelto come tua casa, nel tempio che le tue mani hanno costruito. Il Signore è re in eterno e per sempre!”. Gli Israeliti avevano camminato all’asciutto in mezzo al mare. E quando i cavalli del faraone, i suoi carri da guerra e i cavalieri li inseguirono dentro al mare, il Signore fece tornare su di essi le onde. Allora la sorella di Aronne, Miriam la profetessa, prese in mano un tamburello, e le altre donne si unirono a lei. Esse suonavano i tamburelli e danzavano in cerchio. Miriam cantò davanti a loro questo ritornello: “Cantate al Signore! Ha ottenuto una vittoria strepitosa, cavallo e cavaliere, li ha gettati in mare!”.  (Esodo 15,1-21)